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Continuiamo il dibattito sul referendum ospitando oggi una lettera di Vittorio Coda, mio caro amico, che espone le sue ragioni del sì. 
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Caro amico,

mi hai chiesto qual è la mia posizione sul voto referendario e, alla mia risposta che voterò Sì, mi hai chiesto di dirtene i motivi. Ecco in sintesi il mio pensiero.

Penso anzitutto che una decisione consapevole debba maturare passando attraverso una valutazione tecnica della riforma costituzionale e una valutazione politica del voto, mantenendo i due piani valutativi nettamente distinti ed evitando di prendere posizione considerandone uno soltanto.

Ciò premesso, sul piano tecnico l’idea che mi sono fatta è che la riforma, pur con i suoi limiti, consente di fare dei passi avanti nella direzione giusta. Ne segnalo due: la riforma del Senato e il riordino delle competenze dello Stato e delle Regioni.

Quanto al Senato, la riforma costituisce un passo decisivo nella direzione di superare il bicameralismo paritario, che è caratteristico del nostro Paese ed è stato oggetto di critica sin dai primi anni successivi alla costituente1. La riforma, infatti, ridefinisce il ruolo del Senato, che, nella nuova fisionomia di “Senato delle Regioni”, passa dai 320 membri attuali a 100, non vota più la fiducia ai governi ed esercita la funzione legislativa solo in determinate materie.

L’idea del Senato delle Regioni, dice un autorevole esponente del No, è una buona idea realizzata male. A me sembra un’ottima idea che merita di andare avanti. Le critiche, infatti, a parte ogni considerazione sulla loro ragionevolezza, nulla tolgono al fatto che si tratta di un passo decisivo per il superamento del bicameralismo paritario e che questo passo è suscettibile di essere in futuro seguito da altri passi migliorativi sulla base dell’esperienza. Assai meno probabile invece, in caso di vittoria del No, è che si ripresenti l’occasione di superare il bicameralismo paritario nel breve o anche nel medio e lungo termine.

Quanto al riordino delle competenze di Stato e Regioni, la situazione attuale è a dir poco caotica e manifesta un forte bisogno di coordinamento e collaborazione fra i vari livelli di governo, al quale la riforma dell’art. 117 -­‐ con l’abrogazione del comma relativo alle cosiddette “materie di legislazione concorrente” e la ridefinizione dei poteri di legiferare di Stato e Regioni -­‐ cerca di dare risposta. Anche qui, dunque, a parer mio siamo in presenza di un passo che va in una direzione giusta, quella di fare chiarezza su ruoli e responsabilità di Stato e Regioni.

Tale passo, ovviamente, non è di per sé decisivo per farci uscire dalla situazione di sprechi e ruberie che caratterizza il Paese. Decisiva invece è l’azione di contrasto alla corruzione, al clientelismo politico e al corporativismo, che costituiscono la patologia mortifera di questo nostro Paese; patologia responsabile di tutta una serie di fenomeni (pressione fiscale, debito pubblico, “cuneo fiscale” nel costo del lavoro e nella bolletta energetica, inefficienze della PA) che soffocano l’economia reale e determinano i ben più elevati livelli di disoccupazione rispetto agli altri Paesi d’Europa.

Qui entra in considerazione che cosa ha fatto e che cosa sta facendo il governo Renzi per invertire la deriva della corruzione in tutte le sue forme e connessioni (con il clientelismo politico, il corporativismo incurante del bene comune, la criminalità organizzata). Sta facendo sul serio? E se sta facendo sul serio, è pensabile che in caso di vittoria del No la lotta alla corruzione possa proseguire efficacemente?

La risposta alla prima domanda è sì, il governo Renzi sta facendo sul serio (e forse proprio per questo ha uno schieramento trasversale di tanti oppositori). La serietà dell’impegno è testimoniata da fatti concreti. Merita in particolare di essere segnalato ciò che il governo ha fatto e sta facendo in tema di:

  • funzionalità dell’ Autorità Nazionale Anti Corruzione (ANAC) sotto la guida di Cantone e sulla scorta dell’ esperienza maturata dal duo Cantone-­‐Tronca con Expo;
  • riforma e monitoraggio degli appalti pubblici. Dopo decenni in cui ci si è esercitati nell’arte di fingere di affrontare il nodo della corruzione negli appalti pubblici con un legiferare che complicava le cose senza modificarle sostanzialmente, finalmente, grazie al buon lavoro del Ministero delle Infrastrutture (sotto la guida di Graziano Delrio), col nuovo codice degli appalti pubblici si volta pagina;
  • trasparenza dei conti pubblici. Anni fa, un nucleo di uomini del Ministero dell’Economia e di Banca d’Italia aveva messo a punto il Sistema Informativo sulle Operazioni degli Enti pubblici (SIOPE), che consentiva di rendere trasparenti i movimenti di cassa delle pubbliche amministrazioni e dei relativi centri di spesa. Uno dei primi atti del Governo Renzi è stato di attivare SIOPE e di procedere ai collegati interventi informatici in materia di Armonizzazione Contabile degli Enti Territoriali (Arconet), Codice Unico di Progetto degli enti pubblici (CUP), Anagrafe Centrale;
  • fatturazione elettronica. La fattura elettronica limita la discrezionalità nei pagamenti della Pubblica Amministrazione, contrasta l’evasione fiscale, impedisce di pagare due volte la stessa fattura e di presentare una stessa fattura a banche diverse per lo sconto, consente di individuare le società emittenti fatture false;
  • carta di identità elettronica e avanzamento del processo di digitalizzazione. Il livello di digitalizzazione -­‐ che vede l’Italia agli ultimi posti nella graduatoria mondiale -­‐  è inversamente proporzionale al grado di corruzione, in cui invece l’Italia primeggia. Ciò premesso, nel 2003 il Poligrafico dello Stato, grazie a un nucleo di tecnici valorosi e a un Presidente costruttivo, era in grado di attivare la “carta di identità elettronica”, che avrebbe fatto dell’Italia un Paese leader nella digitalizzazione. Il progetto, rimasto bloccato per tanti anni, è stato ripreso dal Governo Renzi che fa della digitalizzazione un obiettivo prioritario.

Molto è stato fatto e molto duro lavoro resta da fare nella lotta alla corruzione. Ma finalmente si stanno battendo le vie giuste ed è fondamentale su di esse proseguire con la determinazione necessaria a superare le fortissime resistenze che il processo di cambiamento incontra.

Ora, e qui vengo alla seconda domanda, è pensabile in caso di vittoria del No che il cammino intrapreso per contrastare la corruzione possa proseguire? Senza fare il futurologo una cosa è sicura: non si può avere alcuna certezza che, dopo un voto negativo, il cammino delle riforme possa riprendere; anzi, è plausibile che esso si arresti.

In conclusione, sul piano politico votare No significa pregiudicare il cammino di cambiamento intrapreso, mentre il voto per il Sì è davvero un voto per cambiare l’Italia, un messaggio chiaro al mondo che il Paese vuole cambiare.

Ti ringrazio per avermi prestato attenzione sin qui e resto a tua disposizione per i chiarimenti e approfondimenti eventualmente necessari.

Un caro saluto.

Vittorio

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1 Ecco cosa scriveva don Luigi Sturzo in un articolo del 1951 dal titolo “Che farne del Senato?”: “ … il senato ripete tale e quale le esuberanze, la formula, gli aspetti della camera dei deputati. Discorsi su politica generale qua, discorsi su politica generale là; lunghi qua, lunghi là; a Montecitorio comunicazioni del governo e relativa settimana di ambiente eccitato; a palazzo Madama comunicazioni del governo e relativa settimana di ambiente eccitato. L’esame e la discussione dei disegni di legge ha la medesima trafila, e più o meno si impiega il medesimo tempo, quando non arriva – per criteri divergenti – a far fare alle carte la spola fra le due sedi monumentali, per arrivare dopo qualche anno a nulla di fatto, ovvero ad una soluzione che non piace agli uni (i deputati) né agli altri (i senatori) e neppure al paese-­‐“ ( Sicilia del popolo, 18 ottobre).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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