_

Prosegue il dibattito sul referendum: oggi ospitiamo alcuni appunti di Angelo Luridiana & Francesco M. Sacco, che motivano le loro ragioni del Sì. 

_

A. Anzitutto serve serenità d’animo e voglia di capire…

1) Bisogna affrontare la scelta sul referendum in modo pacato, obiettivo e documentato.
Abbandonare le ideologie, scorporare il referendum e l’impatto delle sue conseguenze dalla simpatia o antipatia provata per l’attuale governo e premier Renzi. È necessario concentrarsi sulle motivazioni, conosciute, vere e ragionate.

Accusare di conservatorismo chi sostiene il No è sbagliato. Come è sbagliato accusare di propensione all’autoritarismo i sostenitori del Sì. Il confronto può e deve essere civile. Il Sì e il No hanno pari dignità e meritano uguale rispetto. Ma hanno effetti del tutto diversi e di questi effetti occorre discutere.

2) La proposta di riforma sottoposta a referendum tocca molti meno aspetti della Costituzione rispetto a tutte le altre proposte di riforma dal Decalogo Spadolini (1982) in poi. È un primo passo nella direzione delle riforme, non è uno stravolgimento della Costituzione.

Rispetto a quelle più recenti, la situazione è questa:

Schermata 2016-11-26 alle 09.26.26

3) Non è stata una riforma frettolosa. I lavori in Parlamento (preceduti da un documento preliminare sottoposto al vaglio di un ampio numero di costituzionalisti, esperti e giuristi) sono durati 2 anni e 4 giorni (la Costituente ha lavorato meno: 1 anno e 220 giorni, dal 25 giugno 1946 al 31 gennaio 1948), ha affrontato 85 milioni di emendamenti e 6 voti (3 alla Camera e 3 al Senato).

4) I temi toccati dalla proposta di riforma sono soltanto 6 ma gli articoli modificati sono 46 per via dei rimandi ad articoli tra loro collegati. Mirano a fare una “manutenzione” ormai necessaria della carta costituzionale (competenze delle regioni, abolizione delle provincie, etc.), dotare il Paese di una certa continuità dell’esecutivo per evitare di fissare obiettivi a poco più di un anno (la durata media dei governi italiani è 13 mesi) e attribuire in modo certo le responsabilità delle decisioni e delle relative conseguenze. Ora non è così. Ogni premier è, purtroppo, in grado di scrollarsi di dosso le responsabilità attribuendole agli alleati infedeli che immancabilmente ogni governo da 70 anni ha incontrato. Le modifiche costituzionali proposte mirano ad eliminare questo soffocante sistema che perpetua immobilismo e scarica barile.

5) Molti dei contrari alla riforma costituzionale non argomentano le proprie ragioni nel dettaglio costituzionale per nascondere una scelta dettata da interessi politici.

D’altronde, sono molti quelli che ci guadagnano ad arrestare queste riforme:

  • tutti i parlamentari (i posti disponibili diminuiranno e quelli rimasti saranno molto più combattuti);
  • tutti i senatori ed ex senatori (il loro vitalizio è in parte calcolato sulla base degli emolumenti dei senatori in carica: se, come previsto dalla riforma, gli emolumenti verranno azzerati, il vitalizio diminuirà);
  • tutti i presidenti, consiglieri ed ex consiglieri regionali (per loro stipendi, vitalizi, autonomia e poteri diminuiranno);
  • le lobby (è molto più facile influenzare piccoli partiti che abbiano potere di ricatto verso il governo che non grandi partiti che hanno interesse a realizzare il proprio programma di governo);
  • molti partiti di opposizione (anche se contraddicono le loro proposte di un tempo, hanno un’occasione importante per indebolire il Governo e guadagnare visibilità politica);
  • i politicanti di ogni epoca, interessati solo a un po’ di visibilità e non al nostro bene.

6) Il 21 febbraio 2014 Matteo Renzi è stato incaricato di formare un governo con lo specifico mandato di compiere quelle riforme che la UE continua a chiedere all’Italia, il cui debito dalla crisi del 2008 non ha mai smesso di crescere. Questo è il motivo per cui non ha potuto non affrontare questa difficilissima riforma. La statistica ci dice che Renzi assai difficilmente vincerà le prossime elezioni. Da Tangentopoli in poi (1992), nessun Presidente del Consiglio in carica ha mai vinto le elezioni. Pertanto è sbagliato pensare che Renzi l’abbia progettata per scopi personali.

B. La riforma costituzionale del 2006 (che non è stata approvata)

Quella riforma era davvero autoritaria: il Presidente del Consiglio entrava in carica senza un voto di fiducia esplicito della Camera; poteva nominare e revocare direttamente i ministri; poteva sciogliere la Camera a sua discrezione, tenendola quindi sotto costante ricatto.

Proprio quella vicenda ci dice però quanto è difficile riprendere il filo delle riforme dopo una bocciatura popolare. Infatti, dopo non è successo più nulla. Dal 2006 al 2016 si è continuato con l’instabilità: 6 governi in dieci anni, contro i 3 della Germania e della Gran Bretagna, scelte di breve respiro, mutevolezza delle regole dovuta all’avvicendarsi delle maggioranze politiche.

C. Cosa cambia se passa il NO

1) Il messaggio che il No al referendum darà ai partiti è che agli italiani – tutto sommato – le cose vanno bene così. Quindi, ogni futura proposta non potrà che essere al ribasso rispetto a un tentativo di riforma che è già adesso non tocca che una minima parte delle proposte fatte in passato (cfr. più sopra).

2) Nel frattempo, con le spaccature che si sono create tra le forze politiche, è velleitario pensare che sarà possibile una nuova proposta di riforma in tempi brevi. Le forze che sostengono il No sono compatte nell’avversare la riforma, ma sono tra loro incompatibili e divise sul da farsi. I 5 Stelle non hanno una proposta e probabilmente non ne avranno mai nessuna. Quindi tocca di nuovo agli altri mettersi d’accordo. Ma la Destra è spaccata con componenti che lottano per l’egemonia e visioni delle riforme molto differenti mentre il PD ha una minoranza che avrà una grande voglia di visibilità e riscatto politico. Sarà difficilissimo trovare una sintesi che, anche per questo, non sarà che al ribasso.

3) Passato il referendum, la priorità sarà trovare una nuova legge elettorale per la Camera in modo da scongiurare l’Italicum, anche se già c’è un accordo (cfr. più sotto). Ma questo probabilmente porterà di sponda anche a cambiare la legge elettorale del Senato, consumando quel che resta della legislatura in corso.

4) Possiamo attendere altri dieci anni in una situazione di instabilità governativa, confusione legislativa e mancanza di certezze per il mondo produttivo italiano? Probabilmente non così tanto: le riforme dobbiamo farle lo stesso anche perché le abbiamo promesse da tanto agli altri paesi della UE ma a questo punto saranno minime. È praticamente impossibile che si abbiano prima del 2018, quando dovrebbero tenersi le prossime elezioni politiche. È evidente anche al più sconsiderato ottimista che l’attuale situazione di instabilità istituzionale, abusi regolamentari e lentezze decisionali che caratterizzano questa legislatura, si trascinerebbe anche nella prossima. Quindi gli avversari del referendum avranno vinto un altro giro di giostra. E nessuno può dire che Parlamento sarà quello che riprenderà a discuterne una volta concluse le elezioni.

D. Cosa cambia se passa il SI 

1) Con la mole di discussioni e critiche che si sono sviluppate, non sempre infondate, il percorso delle riforme dovrà necessariamente continuare, proprio perché questa è solo il minimo comune denominatore delle possibili riforme (cfr. più sopra).

2) Da subito si dovrà varare la legge elettorale del Senato. C’è già un accordo sul “Lodo Chiti”: quando andremo a votare per le elezioni regionali o comunali voteremo anche per il candidato al Senato della Repubblica. La nuova legge elettorale del Senato non può essere varata finché non entra in vigore la riforma costituzionale perché non si possono fare leggi “ipotetiche”.

3) Ma si dovrà anche varare in tempi brevi una nuova legge elettorale per la Camera. Si è raggiunto un accordo all’interno del PD per cambiare l’attuale legge elettorale, il cosiddetto Italicum. Sulla base dell’accordo fatto all’interno del PD per venire incontro alle critiche della sinistra, con il vincolo di garantire i principi di governabilità e rappresentanza, si rivede il ballottaggio, il premio di lista e i criteri di scelta dei senatori (che saranno votati separatamente e contestualmente alle rispettive elezioni comunali e regionali).

4) Qualcuno lo ha chiesto, ma l’Italicum non può essere cambiato prima del referendum perché la maggior parte dei gruppi parlamentari, sondati dopo l’accordo interno al PD, si è dichiarata indisponibile a discutere alcuna proposta prima del referendum.

E. Osservazioni sulla temuta “deriva autoritaria”

1) Le paure di chi teme una deriva “autoritaria” sono largamente esagerate a meno di non considerare autoritario un sistema in cui le maggioranze elette restano stabili per l’intera legislatura. Ma altri paesi (Germania, Francia, UK, USA, etc.) la considerano “normalità”.

2) Infatti, anche i 56 ex membri della Corte costituzionale e costituzionalisti che sono per il No hanno scritto nel loro documento: “Non siamo tra coloro che indicano questa riforma come l’anticamera di uno stravolgimento totale dei principi della nostra Costituzione e di una sorta di nuovo autoritarismo”.

3) Qualcuno ha invocato la deriva autoritaria facendo riferimento all’effetto combinato della nuova legge elettorale, di una camera unica e delle nuove maggioranze. Ma:

  • la nuova legge elettorale (l’Italicum), si è già deciso di cambiarla (anche se con il ballottaggio e il premio di maggioranza era molto simile alla legge con cui oggi vengono eletti i sindaci nei comuni, che funzionano e a cui nessuno rivolge l’accusa di autoritarismo);
  • la camera unica per la fiducia ce l’hanno tutte le democrazie del mondo, con la nostra sola eccezione. Oggi per la fiducia occorre il consenso di entrambe le Camere, ma per sfiduciare un governo e farlo cadere basta il voto di una sola delle due Camere, che hanno basi elettorali e leggi elettorali diverse;
  • la riforma proposta prevede l’elezione del Presidente della Repubblica (art. 83) con la maggioranza dei 3/5 dei votanti (60%) a partire dal settimo scrutinio. Oggi è prevista la maggioranza assoluta a partire dal terzo scrutinio (50% + 1 degli elettori). Pertanto oggi la maggioranza può eleggere il presidente che vuole. Se passa la riforma, saranno sempre necessari i voti della minoranza e le maggioranze saranno sempre più alte del sistema attuale a meno che le opposizioni non decidano di non partecipare al voto. Ma perché mai dovrebbero farlo?

Schermata 2016-11-26 alle 09.40.15

  • I giudici della Corte costituzionale saranno eletti dal 4° scrutinio in poi con la maggioranza dei tre quinti (60%) dei componenti di ciascuna Camera. Oggi la percentuale è la stessa ma si applica ai componenti delle due camere. Difficile pensare a una dittatura della maggioranza.

4) Al contrario, se passano le riforme, il presidente del Consiglio, chiunque esso sarà, non potrà più abusare come oggi dei decreti legge. Inoltre, il governo sarà sottoposto al controllo del Senato per tutto quanto riguarda le politiche pubbliche, l’attuazione delle leggi, il funzionamento delle pubbliche amministrazioni.

5) Se passa la riforma, in futuro la legge elettorale sarà sottoposta a un preventivo parere della Corte Costituzionale (art. 73) se, prima dell’entrata in vigore, una minoranza di parlamentari (un quarto dei deputati o un terzo dei senatori) ne farà domanda. Non ci potranno più essere leggi elettorali come il Porcellum, cancellate dalla Corte Costituzionale quando ormai avevano già creato un danno alla democrazia.

F. In breve, cosa cambia

1) Si cancella il bicameralismo perfetto. Il Senato sarà composto da persone già elette a livello locale. Ma non sarà un Senato di persone che non scegliamo. Sulla base del “Lodo Chiti” (cfr. più sopra) voteremo per scegliere il nostro rappresentante per il Senato della Repubblica.

2) Saranno previsti due distinti procedimenti legislativi.

  • uno bicamerale, come oggi, che riguarda solo poche leggi (circa il 3% se guardiamo a questa legislatura) di particolare importanza come ad esempio leggi inerenti l’UE, modifiche della legge elettorale, leggi costituzionali, legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane, etc.
  • uno monocamerale che riguarda tutte le altre leggi: il Senato può proporre entro tempi assai brevi (da 10 a 40 giorni, a seconda dei casi) modifiche ai testi approvati dalla Camera sulle quali quest’ultima decide in via definitiva. Ci sarà maggiore rapidità e soprattutto più chiarezza nella stesura delle leggi.

3) Il Senato svolgerà un’intensa attività di controllo sulle politiche pubbliche, sull’attuazione delle leggi, sull’attività delle pubbliche amministrazioni, sull’impatto nei territori delle politiche della Unione Europea.

4) Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie riservate alle Regioni (art. 117) quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale. Apparterranno allo Stato le competenze sulle grandi infrastrutture strategiche, sul coordinamento della finanza e del sistema tributario, sulla tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, porti e aeroporti civili di interesse nazionale e internazionale.

5) Acquisito il parere del Senato, il Governo può sostituirsi alle regioni e ai comuni (art.120) nel caso di mancato rispetto di norme e trattati internazionali, della normativa comunitaria, per pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica o quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica della Repubblica (come nella costituzione tedesca).

6) A compensazione della riduzione dei poteri, attraverso i loro rappresentanti in Senato, le regioni parteciperanno alla legislazione nazionale e alle attività di controllo sul governo.

7) Per la prima volta nella storia italiana, alla Camera viene introdotto lo Statuto delle opposizioni che controbilancia il premio di maggioranza con un maggiore potere alla minoranza, mantenendo però ben distinti i rispettivi ruoli e le responsabilità ad essi connessi.

8) Il principio della “trasparenza” viene introdotto per la prima volta nella Costituzione come requisito per i pubblici uffici (art. 97) e vincolo per l’esercizio delle funzioni amministrative (art. 118). È un enorme cambiamento nella cultura pubblica italiana che aiuterà a combattere la corruzione, gli sprechi e l’incompetenza.

9) Sono potenziati i diritti dei cittadini:

  • Viene introdotto il referendum propositivo (art. 71)
  • Le proposte di iniziativa popolare (art. 71) devono essere necessariamente prese in esame dalle camere nei tempi previsti dai regolamenti parlamentari mentre oggi restano in genere nei cassetti del Parlamento. A questa disciplina più garantista è collegato un maggiore impegno dei cittadini perché saranno necessarie 150.000 firme e non più 50.000. È una misura equa: oggi i cittadini italiani sono un po’ più di 60 milioni mentre nel 1948 erano un po’ più di 41 milioni e tramite la rete è molto più facile raccogliere le firme.
  • Si abbassa il quorum per i referendum abrogativi (art. 75) quando i proponenti raccolgono almeno 000 firme (invece di 500.000 che è il numero minimo perché il referendum sia ammesso): la legge è abrogata se ha partecipato alla votazione la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni per la Camera dei deputati (non più la maggioranza degli elettori) e, naturalmente, se è raggiunta la maggioranza dei voti validi.

10) I poteri del Presidente della Repubblica, del Presidente del Consiglio e del Presidente della Corte Costituzionale rimangono invariati.

11) Sono abolite definitivamente le provincie (una legge le ha già abolite ma finché sono previste dalla Costituzione, sopravvivono nel nostro ordinamento e una nuova legge le può ripristinare cosicché non possono essere considerate del tutto cancellate) e il CNEL (organo rivelatosi già da molto tempo inutile e costoso).

G. Alcune considerazioni sulle riforme

1) La conseguenza del bicameralismo perfetto non è tanto la lentezza e la farraginosità del processo legislativo quanto l’instabilità dei governi e la bassa qualità delle leggi che nel rimpallo tra un ramo e l’altro del Parlamento sono più esposte al tiro incrociato delle lobby e ai ricatti corporativi soprattutto sui partiti minori. Questo ha fatto in modo che ci sia stata una riforma della scuola ogni 3 anni, una riforma del mercato del lavoro ogni 3 anni, una riforma/legge a tutela dei beni culturali ogni 2 anni (più altre 8 leggi in 10 anni).

2) L’Italia ha assolutamente bisogno di governi che durino più a lungo. Con i nostri 13 mesi di durata media dell’esecutivo non siamo un paese normale. E questo ha delle conseguenze pratiche:

  • nei primi 8-9 mesi un governo è quasi inutile perché deve ancora formare e rodare la squadra, imparare i meccanismi e capire i vari dossier aperti;
  • in un mondo globale il nostro Paese sarà sempre marginale perché i nostri capi di governo non fanno in tempo ad entrare nel giro che già sono fuori;
  • nella UE, più del Parlamento Europeo e della Commissione, conta il Consiglio Europeo, formato dai capi di governo. Il nostro Presidente del Consiglio non fa in tempo a conoscere gli altri, impadronirsi dei meccanismi e delle procedure che già viene rimpiazzato. Inoltre, restando poco, non ha grande possibilità di formare alleanze, fare negoziazioni che non siano tattiche, portare avanti politiche strutturali su temi importanti, etc.

3) Alcuni sostengono che i senatori sono troppo pochi e non posso fare un doppio lavoro. In Germania, paese di 80 milioni di abitanti circa, i Senatori sono 69. E il “doppio lavoro” viene svolto egregiamente tanto dai senatori tedeschi quanto da quelli francesi.

4) Il tema dei risparmi sui costi della politica sicuramente non è l’aspetto principale di queste riforme istituzionali, ma non è neanche corretto ignorarlo del tutto, soprattutto se sono costi che non portano a un migliore funzionamento delle istituzioni. A riguardo, girano diverse stime che quantificano risparmi molto distanti tra di loro. Non è possibile verificare queste stime ma quel che è certo è che:

  • i futuri 100 membri del Senato non riceveranno alcun emolumento che invece ricevono gli attuali 315 senatori (art. 69);
  • diminuirà il vitalizio degli ex senatori che è in parte calcolato sulla base degli emolumenti dei senatori in carica: se, come previsto dalla riforma, gli emolumenti dei senatori in carica verranno azzerati, il vitalizio diminuirà;
  • saranno limitati gli stipendi dei componenti degli organi regionali (quindi Presidente della Regione, Assessori, Presidente del Consiglio regionale, membri degli Uffici di Presidenza, Presidenti di Commissioni e consiglieri consigli regionali): non potranno percepire più di quanto percepisca il sindaco della città capoluogo della loro regione;
  • diminuirà il vitalizio degli ex organi regionali che è in parte calcolato sulla base degli emolumenti dei consiglieri in carica: se, come previsto dalla riforma, gli emolumenti dei consiglieri in carica verranno azzerati, i vitalizi diminuiranno;
  • saranno aboliti i rimborsi ai gruppi consiliari regionali, i cui abusi hanno generato tanti scandali; sarà abolito il CNEL, un ente unanimemente ritenuto inutile.

5) Ma i risparmi sui costi della politica non sono un tema centrale soprattutto perché la riforma costituzionale consente, con il riordino dei rapporti tra Stato e regioni, di incidere sui “costi della politica in senso allargato” che sono enormemente più alti, imponendo la “trasparenza” come principio costituzionale e dando un forte giro di vite al clientelismo e alla corruzione che proprio nell’irresponsabile e incontrollato esercizio dell’autonomia delle regioni hanno un loro rilevantissimo habitat.

6) Il bicameralismo perfetto crea instabilità. Nel 1994 il centrodestra guidato da Berlusconi vinse bene alla Camera, ma non al Senato, dove la maggioranza si costituì grazie ad alcuni senatori che passarono al centrodestra, pur essendo stati eletti in altre liste. Nel 1996 Prodi fu autosufficiente al Senato, ma non alla Camera. Nel 2006, ancora, Prodi, vinse alla Camera ma non al Senato e nel 2013 è accaduta la stessa cosa a Bersani. Oggi il governo Renzi, è costretto al Senato sui voti del gruppo del senatore Verdini, uscito da Forza Italia.

7) Qualcuno osserva che le riforme devono unire e non essere divisive. All’inizio per ben tre volte la riforma è stata votata anche da Forza Italia (che ha votato anche l’Italicum). M5S ha votato contro sin dall’inizio per ragioni pregiudiziali, indipendentemente dai contenuti. Poi, dopo l’elezione del Capo dello Stato, per ragioni che non riguardavano la persona del Presidente Mattarella, Forza Italia ha cominciato a votare contro. Se il centrosinistra avesse sospeso l’esame della riforma a quel punto avrebbe ceduto ad un cambiamento di posizione di un partito (che sino a quel momento aveva votato a favore) per ragioni estranee alla riforma costituzionale. D’altra parte se la Costituzione vigente prevede all’articolo 138 che le riforme costituzionali possano essere approvate anche dalla sola maggioranza assoluta dei senatori e dei deputati, come in questo caso, è segno che non sono obbligatorie grandissime maggioranze. Infine, tutte le grandi scelte dividono le comunità nazionali. Il Paese, al momento del Referendum tra Monarchia e Repubblica, si divise in due metà con conflitti aspri tra i sostenitori dell’una o dell’altra soluzione. La divisione netta avvenne in Francia, quando ci fu il referendum sulla proposta di riforma costituzionale voluta da De Gaulle nel 1969. L’abolizione della schiavitù negli USA, che costituiva una grande questione costituzionale, fu addirittura una delle ragioni della guerra civile americana (1861-1865).

 H. Il Si come elemento di crescita e adeguamento dell’Italia alle esigenze dei suoi cittadini

 1) Giorgio Napolitano, Sergio Mattarella, i presidenti di camera e senato, gli ex presidenti di camera e senato, sono per un convinto Si. La ragione sta nel fatto che è gente che ha vissuto sulla propria pelle la scarsa funzionalità dell’attuale ordinamento.

2) Senato e Camera sono espressione di elettorati differenti ed hanno quasi sempre maggioranze differenti. Questa situazione favorisce la sponsorizzazione di interessi corporativi e/o personali piuttosto che gli interessi dell’Italia nel suo insieme.

3) Difendere la costituzione significa aggiornarla ed adeguarla ai tempi, cioè mantenerla viva. È l’immobilismo che condanna la Costituzione e l’Italia ad un ruolo marginale in Europa. Tutto deve evolvere. Anche l’ordinamento dello Stato (ma non i suoi principi fondanti sanciti nella prima parte, che rimane inalterata).

4) Si critica il testo della riforma in quanto a tratti non è chiaro e talvolta è carente. La politica è l’arte del possibile e rappresenta sempre dei compromessi. Probabilmente più di così in questa fase non era ottenibile e dobbiamo ricordare che questa riforma ha dovuto superare 85 milioni di emendamenti (cfr. più sopra). Ma chi ha votato questo testo in Parlamento perché non ha avanzato subito queste critiche? Forse perché erano pretestuose? La realtà è che questa è una riforma certamente perfettibile ma che rappresenta un grande e positivo accordo che nessuno in 70 anni di Repubblica era riuscito a raggiungere e che, per difesa di interessi specifici o per invidia politica si cerca di affossare con ogni mezzo. Questo testo rappresenta un primo passo di un processo evolutivo che è impossibile immaginare se non graduale. L’ottimo è nemico del buono. Questa riforma è buona e potrebbe con il tempo essere migliorata ed evoluta.

I. Benchmark internazionale e stabilità politica

1) L’instabilità politica dell’Italia è un caso unico. In Europa dal 1992 si sono contati: 5 primi ministri britannici, 4 presidenti francesi, 3 cancellieri tedeschi e 14 Presidenti del Consiglio italiani (uno ogni 21 mesi). Dal 1947 ad oggi, in 69 anni in Italia si sono succeduti 63 governi (uno ogni 13 mesi).

2) Non è pensabile che un paese come l’Italia possa affrontare la politica nazionale, la politica internazionale ed i mercati con una simile fragilità politica che terrorizza gli investitori sia stranieri sia nazionali. Non è pensabile pensare ad una consistente ripartenza della produzione e della competitività senza una politica di medio e lungo termine che sia certa e affidabile.

3) Ad eccezione della Romania nessun altro paese ha due camere con i medesimi poteri ma non c’è nessun paese al mondo in cui la fiducia viene data da entrambe le camere a parte l’Italia. Non si deve sempre pensare che all’estero facciano meglio di noi, ma è possibile che sia così tanto pericoloso scostarsi dal bicameralismo paritario se nessuno o quasi degli altri paesi al mondo lo ha adottato?

4) Si trova un’analogia fra la proposta di Renzi e la riforma che De Gaulle propose in Francia nel 1958, che fu aspramente osteggiata (tra gli altri anche da Mitterrand che poi fu presidente per 14 anni) che ha però offerto alla Francia la stabilità politica ed il regime democratico che tutti noi oggi conosciamo.

5) Ci ricordiamo i nostri governi caduti per il voto di uno o due parlamentari (ad esempio il Prodi 1) o i famosi aghi della bilancia rappresentati da partiti con il 2% dei voti che potevano decidere le sorti di un governo? È necessario che l’Italia abbia la possibilità di fare sistema come avviene negli altri stati e fare politiche di più lungo periodo per dare quella stabilità, affidabilità e coerenza fondamentali per lo sviluppo economico e sociale del paese.

 L. Alcune osservazioni storiche

1) Nella Costituente socialisti, comunisti e i maggiorenti della DC erano contrari al bicameralismo perfetto. Lo impose De Gasperi, troncando le discussioni come misura prudenziale.

2) La spiegazione di quella decisione è nella storia: la nostra costituzione nasce in un periodo storico molto delicato: è la fine della seconda guerra mondiale, si è appena usciti da una dittatura e in Italia c’è il partito comunista più grande e forte dell’Occidente. È appena stato siglato l’accordo di Jalta. È comprensibile che i padri costituenti abbiano voluto prevedere un ordinamento così tanto centrato sul ruolo del parlamento piuttosto che su quello del premier. Ma la storia è cambiata, l’Europa è cambiata e non c’è più alcun bisogno di precauzioni di questo genere.

3) Dal 1948 al 2012 le leggi di revisione costituzionale sono state 15, ma tutte di portata limitata tranne quella del 2001 (voluta dal Governo D’Alema) con quella revisione del Titolo V che ha generato più di 1.500 ricorsi alla Corte costituzionale e che proprio con questa riforma si vuole cambiare per rimediare a una riforma evidentemente non ben concepita.

4) I tentativi di riforma più articolati iniziarono negli anni ’80, quando i partiti mostravano sempre più forti i propri limiti e un’incapacità di fondo di rinnovare le istituzioni, e furono:

  • Commissione bicamerale c.d. Bozzi (dal nome del suo presidente), 1983-1985
  • Commissione bicamerale c.d. De Mita-Iotti, 1992-1994
  • Comitato Speroni, governo Berlusconi I, 1994
  • Commissione bicamerale D’Alema, 1997-1998
  • Comitato Brigandì, governo Berlusconi II, 2002-2004
  • Progetto di revisione approvato dalle Camere, 2005
  • Referendum costituzionale che ha bocciato il progetto approvato dalle Camere, 2006
  • Progetto della I Commissione della Camera (c.d. Violante), 2007
  • Commissione dei saggi, istituita dal Presidente della Repubblica Napolitano, 2013
  • Commissione di esperti (c.d. Quagliariello), istituita dal Governo Letta, 2013.

5) L’attuale costituzione non è così perfetta come qualcuno vuole farci credere. Critiche molto dure contro la costituzione furono espresse, con varietà di accenti e per le ragioni più diverse, da personalità come Piero Calamandrei (manca di chiarezza), Benedetto Croce (manca di coerenza e di armonia), Arrigo Cajumi (è prolissa, confusa, mal congegnata; è nata da una coalizione di interessi elettorali), Antonio Messineo (non è un capolavoro di arte giuridica; manca la certezza del diritto, ci sono gravi imperfezioni), Vittorio Emanuele Orlando (abbisogna di essere completata in parti essenziali), Alfonso Tesauro (è frutto del timore reciproco dei partiti), Luigi Sturzo (solo da noi il Senato è un duplicato della Camera), Francesco Saverio Nitti (fu preparata da uomini che non avevano nessuna pratica di costituzioni, conoscevano assai poco gli argomenti che dovevano trattare, non erano quasi mai stati all’estero…), Arturo Carlo Jemolo (non amo la Costituzione perché piena di espressioni che non hanno nulla di giuridico; apprezzo di più la secchezza, oserei dire la serietà, dello Statuto albertino). Su tutti si distingue il giudizio senz’appello di Gaetano Salvemini (il cui caratteraccio e il cui radicalismo erano peraltro proverbiali). In una lettera all’allievo e amico Ernesto Rossi (col quale pure ebbe poi a litigare) scrisse addirittura nel 1947: «Ho letto il progetto della nuova costituzione. È una vera alluvione di scempiaggine. I soli articoli che meriterebbero di essere approvati sono quelli che rendono possibile emendare o prima o poi questo mostro di bestialità…».

6) Il giudizio negativo sul senato era molto diffuso all’epoca della Costituente. Don Sturzo già nel 1951 critica l’ordinamento italiano come farraginoso e troppo complicato invocando l’abolizione di una delle due camere per consentire la governabilità del paese. Ecco cosa scriveva (1951) in un articolo dal titolo Che farne del Senato? «[…] il senato ripete tale e quale le esuberanze, la formula, gli aspetti della camera dei deputati. Discorsi su politica generale qua, discorsi su politica generale là; lunghi qua, lunghi là; a Montecitorio comunicazioni del governo e relativa settimana di ambiente eccitato; a palazzo Madama comunicazioni del governo e relativa settimana di ambiente eccitato. L’esame e la discussione dei disegni di legge ha la medesima trafila, e più o meno si impiega il medesimo tempo, quando non arriva – per criteri divergenti – a far fare alle carte la spola fra le due sedi monumentali, per arrivare dopo qualche anno a nulla di fatto, ovvero ad una soluzione che non piace agli uni (i deputati) né agli altri (i senatori) e neppure al paese» (Sicilia del popolo, 18 ottobre).

7) Nella nostra Costituzione mancano, per precise ragioni storiche e politiche, norme dirette a garantire la piena capacità di decisione dell’ordinamento. Dopo la Liberazione dal nazifascismo si fronteggiavano due coalizioni, una delle quali, Pci e Psi, faceva espresso riferimento all’Unione Sovietica e l’altra, Dc con i suoi alleati, faceva riferimento agli Stati Uniti. Le prime elezioni politiche dell’Italia repubblicana, che si sarebbero tenute nel 1948, avrebbero deciso anche della nostra collocazione internazionale: se avesse vinto il blocco Pci-Psi saremmo finiti nell’orbita dell’Unione Sovietica; se avesse vinto, come poi vinse, il blocco moderato saremmo stati attratti nell’orbita occidentale. Diritti fondamentali, libertà, rapporti tra pubblico e privato avrebbero avuto assetti completamente diversi se avessero vinto i filosovietici o i filoamericani. Conseguentemente, ciascuno dei due blocchi vedeva come una iattura la vittoria dell’altro, nutrendo sfiducia nella altrui capacità di rispettare le regole della democrazia. Per queste ragioni si evitò di formulare regole costituzionali a garanzia della stabilità e si affidò ai partiti il governo del sistema politico. Giorgio Amendola ne spiegò le ragioni in Assemblea Costituente: «Si è parlato del tentativo di dare alla nostra democrazia condizioni di stabilità con norme legislative. È evidente che una democrazia deve riuscire ad avere una sua stabilità se vuole governare e realizzare il suo programma; ma non è possibile ricercare questa stabilità in accorgimenti legislativi…e c’è il fatto nuovo e positivo della formazione dei grandi partiti democratici, che sono condizione di una disciplina democratica…Oggi la disciplina, la stabilità è data dalla coscienza politica, affidata all’azione dei partiti politici».

8) Il sistema ha funzionato sino a quando i partiti sono stati in grado di adempiere alla funzione indicata da Amendola. Quando sono entrati in crisi il sistema ha cominciato a perdere colpi in misura crescente e oggi sono debolissimi. D’altra parte i costituenti, al di là della retorica della “costituzione più bella del mondo” erano ben consapevoli dei limiti del nostro sistema costituzionale che avevano messo in piedi. Così Giuseppe Dossetti si espresse nel 1951, solo tre anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione:«Questo sistema […] è stato strutturalmente predisposto sulla premessa di un contrappeso reciproco di poteri e quindi di un funzionamento complesso, lento e raro, sì come quello di uno stato che non avesse da compiere che pochi e infrequenti atti sia normativi che esecutivi, perché non tenuto ad adempiere un’azione di mediazione delle forze sociali , e tanto meno… un’azione continua di reformatio, di propulsione del corpo sociale […]».

Staff